venerdì 10 agosto 2012

"Mademoiselle" Coco Chanel

Nata nel 1883, Gabrielle “Coco” Chanel (al secolo Gabrielle Bonheure Chanel) era figlia di un venditore ambulante dai guadagni molto modesti. Cominciò presto a lavorare presso un negozio di maglieria; aveva nozioni di cucito imparate presso le suore dell’orfanotrofio dove il padre aveva messo lei e le sorelle dopo la morte della madre. La vera svolta nella sua vita di ragazza povera fu l’incontro con Etienne Balsan, un giovane molto ricco, figlio di imprenditori tessili, di cui diventò l’amante. Coco aveva 25 anni e voleva lavorare senza essere sempre dipendente dagli uomini, come ai suoi tempi erano tutte le donne. Aveva gusto e passione per la moda, in particolare per i cappelli, che aveva iniziato a creare per le sue amiche. Balsan la finanziò e le  offrì un appartamento dove, dopo aver comperato dozzine di cappellini in paglia e magiostrine rigide ai grandi magazzini, li elaborava con eleganza e semplicità, del tutto contro corrente con la moda: il suo stile lineare l’avrebbe in seguito distinta dagli altri sarti  e sarebbe stata la cifra stilistica di ogni sua creazione. Il secondo amante, e il vero amore della sua vita, fu Arthur Boy Capel, un ricco industriale con cui non si sposò mai, ma che l’aiutò ad aprire la sua boutique in Rue Cambon al n.21; la clientela stava cambiando e oltre alle aristocratiche, molte attrici e signore altoborghesi desideravano portare capi di lusso. Chanel cominciò ad allargare il suo campo d’azione, introducendo, molto prematuramente per il gusto corrente, camicie di maglia, blazer e sweater copiati da quelli che Boy indossava per giocare a polo, mentre a Parigi Worth e Doucet continuavano a offrire abiti stracarichi di pizzi e decorazioni.  
All’inizio degli anni ’10 nacquero tutte le sue creazioni più originali basati su maglie e flanelle e legati alla moda maschile inglese e al vestiario sportivo: comodità, eleganza e semplicità erano le sue linee guida. Nel 1913 adottò il jersey, considerato fino ad allora troppo molle e “povero” per essere elegante, e produsse vestiti lineari e tailleur grigi o blu mai visti prima,  ma che anticipavano la moda giovane che di lì a poco sarebbe esplosa negli anni Venti. Coco proponeva un nuovo modo di intendere l’abito, adatto alla donna che lavora, alla sua indipendenza, al suo ruolo nuovo e attivo nella società, e per cui erano indispensabili praticità e funzionalità. Lei stessa avrebbe poi detto: “Finiva un mondo, un altro stava per nascere. Io stavo là; si presentò un’opportunità , la presi. Avevo l’età di quel secolo nuovo che si rivolse dunque a me per l’espressione del suo guardaroba. Occorreva semplicità, comodità, nitidezza: gli offrii tutto questo a sua insaputa”
Aprì un negozio a Deauville, una nota località balneare, che diventò presto molto affollato, ma nel giro di poco l’Europa sarebbe sprofondata nella prima Guerra mondiale. Nonostante ciò lei non chiuse mai, anzi: la sua linea povera si dimostrò adatta alle  restrizioni imposte dal conflitto. La scarsità di materiale indusse i sarti ad accorciare e a stringere le gonne, mentre quella di metallo obbligò ad abbandonare del tutto i corsetti che, del resto, erano stati già aboliti nelle collezioni di Paul Poiret.
Nel dopoguerra e fino alla metà degli anni Trenta Chanel raggiunse l’apice del successo: le sue creazioni ben rappresentavano il nuovo tipo di donna che si stava affermando, che si guadagnava da vivere e che sceglieva liberamente chi poter amare. Le donne giovani si innamorarono del suo stile e si consacrarono al moderno: gli abiti ormai costosissimi di Coco comportavano gonne corte e spesso a pieghe che lasciavano liberi i movimenti, vita bassa, cloche aderenti sul capo: era il look “a la garçonne”, figura di ragazza scandalosa, che si comportava con estrema libertà sessuale,  lanciata dal romanzo omonimo di Victor Marguerite.  Ormai sulle principali riviste di moda, come Femina, Minerva, Vogue,  Chanel era amata dalle sue clienti e detestata dai suoi rivali che consideravano il suo stile, come ebbe a dire Paul Poiret, “misérabilisme de luxe”. Ma lei rappresentava ormai l’anima della moda e dal 1924 le donne vestivano “CC”, le due lettere intrecciate che sarebbero state il marchio di tutta la sua produzione. 
Imperterrita, introdusse in anticipo anche i pantaloni da donna, che erano già stati lanciati senza successo da Paul Poiret e che avrebbero “sfondato” negli anni Trenta.  Per la sera proponeva invece abiti di chiffon a vita bassa e boa di piume al collo; lanciò anche un semplice abitino nero, il tubino o petit noir,  forse ispirato a quello delle commesse. Convinta che si potesse abbinare il vero al falso, completava i suoi vestiti con molte collane di bigiotteria, perline  e catenelle dorate, promuovendo per prima questo tipo di bijou, anche se in seguito si sarebbe dedicata alla realizzazione di gioielli veri. Nel 1925 nacque il fondamentale tailleur Chanel con la giacca cardigan senza collo e le profilature in passamaneria, le maniche strette e la gonna semplice e aggraziata.
Qualche anno prima, nel 1921 aveva inventato il celeberrimo profumo Chanel N.5, dove erano miscelate 80 essenze naturali e sintetiche. Il risultato fu un profumo gradevolissimo e totalmente nuovo che si scostava dagli aromi romantici usati nel periodo. Narra la leggenda che Il suo nome innovativo sia nato dopo che lei aveva annusato la quinta boccetta di prova che il chimico Ernest Beaux le aveva presentato. Anche la confezione era rivoluzionaria per l’epoca: una bottiglia da farmacia con un'etichetta semplicissima bianca e nera.
Diventò anche famosa per i suoi stringati e a volte micidiali aforismi: “lo scopo della moda è ringiovanire le donne. Allora cambia anche la loro visione della vita. Si sentono più intelligenti e più allegre"; “oggi le donne guidano l’auto e questo non si può fare con le crinoline”; “l’educazione di una donna consiste in due lezioni: non lasciare mai la casa senza calze, non uscire mai senza cappello”; “ci sono tante duchesse, ma una sola Coco Chanel”; “la natura ti da la faccia che hai a vent’anni, è compito tuo meritarti quella che avrai a cinquanta”.
A quasi cinquant’anni lavorava indefessamente e fino alla fine della sua lunghissima vita non cessò mai di farlo; non disegnava mai i suoi modelli ma provava il tessuto direttamente sulle modelle, che dovevano stare in piedi ore ed ore, piegandosi dalla stanchezza.  Ma con la crisi di Wall Street del 1929 fu costretta ad abbassare i prezzi adottando a questo scopo anche  le cerniere lampo. Dovette adoperare anche la seta artificiale e il lastex, un tessuto stretch con cui si poteva simulare una sorta di jersey arricciato oppure sottile. 
Negli anni Trenta tuttavia cominciò ad appannarsi leggermente la sua fama di prima donna della haute couture: aveva aperto a Parigi quella che sarebbe stata prima della guerra la sua grande rivale, Elsa Schiapparelli.  Due modi completamente diversi di intendere l’abbigliamento, se pur entrambe amanti dello stesso tipo di donna coraggiosa: ma “Schiap” come era chiamata, preferiva colori vistosi, abiti eccentrici in cui abbinava il bello al grottesco affermando che “un bel vestito è sempre sull’orlo del cattivo gusto”. Amica dei surrealisti, nel 1936 inventò un abito da sera bianco con un’aragosta rossa stampata sopra, e diventò la sarta delle donne sfacciate e sicure di sé, metre Coco era preferita dalle più esitanti e timide.   
Stava arrivando la seconda Guerra mondiale e Chanel, nella Francia invasa dai tedeschi, dovette chiudere il suo atelier. Nel 1947 mentre lei era ancora inattiva, il New look di Christian Dior mise definitivamente fine alla moda anni Trenta, proponendo gonne enormi a corolla, tecniche sartoriali complicate e costruite con telette rigide e nascoste, ma con una nuova linea molto femminile. Intanto l’industria tessile stava rivoluzionando il mercato: decine di filati nuovi come il rayon, l’acetato, l’orlon, idro-repellenti, lava e asciuga, pieghettati e lucidi, rappresentavano una scorciatoia per i tempi di realizzazione degli abiti. Chanel osservava le nuove evoluzioni della moda e commentava che Dior “vestiva le donne come se fossero poltrone”.
Elsa Schiapparelli era ormai fuori dalla ribalta quando lei, il 5 febbraio 1954 - il 5 era il suo numero portafortuna -  e all'età di 71 anni, decise di riaprire. Inossidabile alle nuove mode e fedele al suo stile, presentò la sua prima collezione postbellica puntando soprattutto sui tailleur, in jersey, in velluto, e in particolare in tweed morbido e a trama larga. Il completo era composto da tre pezzi: una giacca corta munita di tasche vere per riporvi sigarette e portachiavi, una gonna tagliata sotto al ginocchio e una blusa. Per evitare che il tessuto si deformasse, faceva corpo unico con la fodera tramite un'ìmpuntura particolare, mentre una catenella in fondo alla giacca permetteva che l'indumento cadesse a piombo. Infine, le rifiniture erano costituite da bordi ricamati e intrecciati in colore contrastante.
La reazione dei giornali fu molto negativa, ma la sfilata incontrò il favore del pubblico riportandola sulla cresta dell'onda, perchè i suoi abiti fuori dal tempo erano una perspicace alternativa al look Dior.La sua creatività non era assolutamente spenta: l'anno dopo lanciò la sua celebre borsetta trapuntata con le C intrecciate e la tracolla a catena, mentre per le scarpe propose il modello bicolore con la stringa al posto del tallone, che lasciava parzialmente scoperto il piede.
Negli anni Sessanta rifiutò di accorciare le gonne sopra il ginocchio, sprezzando la mini perchè, diceva, "detesto le vecchie bambine". Ovviamente non amava nemmeno Courrèges, Cardin e la loro "moda spaziale". Il 5 agosto 1970 propose l'ultima collezione, evitando con cura gli abiti pop, nostalgici,  floreali e le gonne maxi, e facendo centro ancora una volta.
Era lucidissima ancorché malata e pensava di raggiungere i cento anni, ma ne aveva compiuti 87 quando morì il 10 gennaio 1971. Dalla sua scomparsa la sua maison fu mandata avanti dai suoi assistenti, che nel 1978 inserirono la prima linea prêt-a-porter. Dal 1983 Karl Lagerfeld è diventato direttore creativo, adattando i valori Chanel alle esigenze moderne pur rimanendo fedele al suo spirito.

 

Bibliografia:

Axel Madsen: Chanel. Una vita, un’epoca. De Agostini, Novara, 1990
Enrica Morini: Storia della moda XVIII - XX secolo, Skira, Ginevra - Milano, 2006
http://it.wikipedia.org/wiki/Coco_Chanel