sabato 18 agosto 2012

Hubert de Givency

Nato a Beauvais in Francia nel 1927, Givency proveniva da una famiglia agiata  e fortemente radicata nella religione protestante, che si rifiutava di accettare un figlio  che voleva lavorare nel mondo della moda, giudicato moralmente inaccettabile. Dopo una strenua battaglia, Hubert si iscrisse all’Accademia de Beaux Arts a Parigi e – con un colpo di fortuna – fu assunto nel 1945 presso Jaques Fath. Era attratto dalla semplicità e riuscì in seguito a lavorare come assistente presso Robert Piguet e poi Lucien Lelong. Approdò quindi da Elsa Schiapparelli che, nonostante fosse nella sua stravagante esuberanza molto lontana dallo stile che il giovane aveva in mente, gli mostrò come era possibile mescolare gusto e fantasia.
Aprì la casa Givency nel 1952 ottenendo un immediato e folgorante successo, grazie soprattutto alla presenza di Bettina, la più famosa mannequin del momento, per la quale inventò un tipo particolare di blusa con le maniche sbuffanti e ornate di pizzo, disegnata poi magistralmente da Gruau. Considerava Balenciaga il suo punto di riferimento, pur non avendo mai lavorato con lui; in seguito disse che  dal couturier spagnolo aveva imparato: “che non bisogna mai barare né nella vita né nel lavoro, che è inutile un bottone a 5 buchi quando ne bastano 4”.
Nel  1953 fece l’incontro decisivo della sua vita, l’attrice Audrey Hepburn, che diventerà, con la sua figura sottile, la sua freschezza e la naturale eleganza, la sua modella ideale, indossandone gli abiti nella vita e sulle scene e diventandone intima amica.  I due si erano conosciuti sul set del film “Sabrina”; dopo quell’incontro Givency avrebbe realizzato i costumi di scena per alcune pellicole memorabili: “Colazione da Tiffany”, in cui Audrey indossa un meraviglioso tubino nero a guaina, “Sciarada” e “Cenerentola a Parigi”. Nel 1957 il couturier creò per lei “l’Interdit” , profumo dalle note delicate e fiorite per una donna romantica e aggraziata, per cui l’attrice stessa prestò il suo volto nella campagna pubblicitaria.
Anche  i Kennedy furono clienti di Givency, che possedeva modelli per tutte le componenti  della famiglia, mentre quando John Kennedy fu assassinato, Jacqueline ordinò da lui l’abito per il funerale.
Il couturier ideava le sue collezioni partendo sempre dal tessuto che – diceva – “deve essere rispettato”; nel 1955 ne introdusse addirittura uno, l’Orlon, un filato inventato dalla Dupont nel 1950 che poteva essere lavorato ad imitazione della lana e della seta. Il suo pubblico era fatto soprattutto di giovani: vestiti da ballo di pizzo, abiti da cocktail rosa, modelli tipo Cenerentola e successivamente gonne maxi. Amava le tenute ispirate allo sport, gli indumenti a grembiule e a camicia, i pantaloni stampati a fiori di campo, e soprattutto i tailleurs, con cui realizzò veri e propria capolavori. Quando si accostò al tubino nero, precedentemente inventato da Chanel, ne fornì una versione lunga e molto raffinata, affermando che proprio per la sua semplicità, era un abito molto difficile da realizzare.
Sempre pensando ad Audrey Hepburn, inventò l’abito a sacco (1953), il mantello con il collo avvolgente (1958), i vestiti a palloncino con la gonna gonfia trattenuta alle ginocchia, l’abito a bustino (1969); ancora negli anni Cinquanta, ispirandosi alla linea a sacco di Dior, creò la linea “Aquilone”, ampia nella parte superiore e affusolata verso il fondo.
Givency si ritirò dal lavoro nel 1988, vendendo la sua maison alla Lvhm di Bernard Arnault, che tuttavia non riuscì a rispettare la sua inafferrabile eleganza. Nel 2001 le collezioni furono affidate allo stilista inglese Julian MacDonald, che ne rinfrescò lo stile classico e il gusto tipicamente francese. La casa riprese quota e in seguito strinse accordi con due nuovi alleati italiani, De Rigo e Rossi moda, realizzando un vecchio sogno del couturier che era stato sempre innamorato dell’Italia.

Bibliografia:
Guido Vergani, Dizionario della moda, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano, 2010