lunedì 3 giugno 2013

Christian Dior

La Seconda guerra mondiale aveva fermato l’haute couture. Nella Parigi invasa dai tedeschi molte case di moda avevano chiuso, mentre le esigenze del conflitto richiedevano di utilizzare il materiale tessile, la lana, il cotone,  il cuoio, il metallo per le uniformi dei soldati al fronte.  La moda degli anni Quaranta si era quindi fossilizzata su una linea molto semplice e quasi mascolina, con gonne al ginocchio, spalle quadrate e tessuti sintetici. Prima del conflitto la Francia era al centro della moda, ma approfittando della difficile situazione, industrie di abbigliamento britanniche e americane avevano dato sensibili segnali d'indipendenza. Alla fine della guerra bisognava recuperare il terreno perduto, e fu sempre da Parigi che venne l’idea di una nuova linea che doveva rompere radicalmente col passato. 
Nato nel 1905, Christian Dior veniva da una famiglia agiata che aveva subito un crollo economico: per sbarcare il lunario, il giovane aveva aperto un piccolo negozio di antiquariato, disegnando poi suoi schizzi di moda per il settimanale "Le Figaro illustré"; in seguito lavorò con Robert Piguet e, dopo la guerra, con Lucien Lelong e, più occasionalmente, con Pierre Balmain.
Era innamorato dell'arte e frequentava regolarmente musei e pinacoteche. Nel 1946 si mise in proprio, aiutato dall’industriale tessile Marcel Boussac che vedeva nelle idee del coutourier un ottimo affare per le sue aziende tessili; Dior infatti aveva in mente un’immagine di donna raffinata e romantica, ispirata ai periodi della “grandeur” francese. Puntò quindi per la sua prima collezione sulla perfezione del taglio, sul lusso e la quantità dei tessuti, sull’accurata rifinitura dei particolari e soprattutto sul rimodellamento della figura femminile. 
Per la sua prima sfilata, il coutourier mandò una sua emissaria a New York, per annunciare l'apertura della sua casa di moda, ma la donna fu respinta dai compratori che le dissero che ormai avevano i loro disegnatori. Lei tornò da Dior dicendogli che gli americani non sarebbero venuti.  Ma il sarto non si scoraggiò: gli abiti furono preparati in gran segreto e sotto una tensione crescente: il giorno dell’apertura, fissato il 12 febbraio del 1947, fu presentata agli invitati una linea battezzata “Corolla”. Alla fine dell'evento, Dior dovette affacciarsi al balcone del suo atelier per mostrarsi ad una folla di donne osannanti. Quel giorno i quotidiani parigini erano in sciopero, e la notizia rimbalzò immediatamente negli Stati Uniti, dove la sfilata fu considerata talmente innovativa, che i 18 giornalisti americani presenti, si affrettarono a definirla “New look”. 
Aboliti d’un colpo le spalline, le gonne corte, le scarpe ortopediche, i vestiti esibivano un corpino attillassimo dalla vita molto sottile, le spalle rotonde e il seno modellato; dai fianchi,
diventati importanti, partiva una gonna tagliata a ruota oppure talmente larga da sembrare l’immensa corolla di un fiore, e lunga fino al polpaccio. Marcel Boussac era stato accontentato: le gonne Dior, dall'ampia crinolina in tulle, avevano bisogno di 15 metri di stoffa, mentre per gli abiti da sera ne occorrevano almeno 25. Come per gli vestiti delle bisnonne, Dior non aveva lesinato in accorgimenti nascosti per ottenere la forma voluta, inserendo un bustino detto guepière, piccoli pouf sui fianchi e telette rigide, così che la linea apparentemente morbida dei suoi vestiti era invece frutto di una sapiente costruzione architettonica. Né trascurava la stiratura dei vestiti che erano modellati con cura a colpi di ferro caldo. Aveva insomma recuperato l'antica perizia sartoriale del lavoro fatto interamente a mano. 
Mentre gli abiti da giorno erano accollati e con maniche tre quarti, quelli da sera erano romantici e al tempo stesso provocanti: ampia scollatura senza spalline e schiena scoperta, gonna immensa lunga fino ai piedi, e sulle spalle  nude una stola o un soprabito a mantello. I tessuti erano confezionati con un misto di fibre naturali e sintetiche, spesso nei prediletti colori bianco e nero. Dior si preoccupò anche degli accessori, che diventarono dettagli obbligatori per la sua nuova moda: guanti lunghi, cappello, borsetta e scarpe col tacco alto a "spillo", sciarpe portate in cintura, cravatte a fiocco annodate sotto al colletto. In quanto ai gioielli il couturier riportò in auge i fili di perle, che davano ai suoi vestiti un tocco di altera raffinatezza. 
Il New look fu accolto contemporaneamente da ovazioni e acerbe critiche: i suoi detrattori lo accusarono di aver inventato un modo di vestire antiquato, costoso e anacronistico. Infatti quando Dior si recò in America fu accolto da una folla di donne infuriate che recavano cartelli con scritte del tipo : “Bruciate Dior!” “Christian Dior vai a casa”. Tuttavia le accoglienze positive furono più delle proteste e il coutourier continuò imperterrito nel suo stile, diventando il vero nume della moda degli anni Cinquanta. Pur facendo abiti decisamente elitari, non perse di vista mercati più vasti, e nel 1949 aprì a New York una casa per la vendita di modelli all’ingrosso; aveva intuito che davanti alla moda si aprivano le immense prospettive economiche della produzione di serie. Vogue potè dichiarare che le collezioni parigine avevano aumentato il traffico attraverso l'Atlantico, con 250.000 persone che sbarcavano in Francia in una sola estate.
Dior aveva capito che per sostenere la propria immagine, la haute couture doveva essa stessa farsi spettacolo e creare una forte sensazione di attesa:  così, pur restando sostanzialmente fedele al suo stile, giocò sul clamore che aveva provocato l’allungamento degli orli delle gonne, sulla sorpresa del pubblico e sui dettagli della sfilata, provata e riprovata fin nei minimi particolari. 
Ogni anno fino alla sua morte, lanciò due collezioni stagionali, ognuna delle quali rendevano completamente superato il guardaroba femminile di qualche mese prima. Le sfilate presentavano poco meno di 200 modelli, attentamente calibrati tra capi facilmente vestibili e altri più spettacolari. Le aspettative del pubblico crescevano e le pagine sui giornali di moda si riempivano di notizie sulla lunghezza delle sottane. Per immaginare la tensione dell’epoca, bisogna dimenticare che oggi viviamo di abiti industriali, che l’esercito degli stilisti si è ormai allargato oltre i confini dell’Europa, che negli anni Cinquanta i magazzini d’abbigliamento non erano diffusi in modo capillare,  e infine che la moda giovane non si era ancora imposta alle masse. Le ragazze si vestivano ancora come le loro mamme e, modello in mano, si recavano dalla sartina per copiare le ultime tendenze.
Nel 1948 Dior lanciò le linee “Envol” e “zig–zag” disegnate con un’architettura decisamente asimmetrica. Impose inoltre l’ombrello e le ghette. Le giacche erano enormi piramidi, di lana per il giorno, di faille per la sera. Per l'autunno i cappotti erano abbottonati dietro, e le tasche erano spostate sui fianchi. Nello stesso anno realizzò il suo primo profumo al mughetto, "Diorissimo", che spruzzava generosamente sulle poltrone e la moquette del suo atelier. Nel 1949, ormai annoverato tra i cinque uomini più famosi del mondo, attirava a Parigi circa 25.000 visitatori ad ogni sua collezione: per quell’anno inventò la linee “Trompe l’oeil” a pannelli intercambiabili, con l'abito che dava la sensazione di movimento senza però avere volume. La linea “Mezzo secolo” invece, puntava su completi morbidi composti da una giacca blusante stretta in vita e da una gonna a matita, così stretta che che aveva bisogno di una taglio dietro perchè le signore potessero camminare.  I cappelli sembravano sfidare le leggi della natura, ed erano appoggiati a lato della testa, mentre l'ombrello era indispensabile per bilanciare le modelle che facevano fatica a sfilare in passerella. 
Nel 1950 nacque la linea “Verticale” in cui impose gonne strettissime o plissettate, anche per non scontentare i fabbricanti di tessuti: dal momento che si trattava di una collezione estiva, Vogue uscì con un articolo in cui dava consigli su come avere belle braccia:"nude come un piatto d'argento o come il muro di una chiesa". La rivista raccomandavano inoltre molta ginnastica e l'uso di fondotinta. Nello stesso autunno Dior presentò la linea “Obliqua”, con corsetti asimmetrici. Il 1951 fu l’anno delle linee “Ovale” con le spalle arrotondate e le maniche a raglan: la collezione fu un capolavoro di madame Margherita, prima sarta dell'atelier soprannominata "scultore in miniatura", perché sapeva usare magistralmente il ferro caldo per modellare il tessuto ed armonizzarlo col corpo umano.  Le maniche erano del tipo a raglan, mentre per i colletti e cappellini il coutourier si ispirò agli abiti cinesi, imitando i copricapo dei coolie. 
Per l'autunno fu la volta della linea “Princesse” con la vita che stava al suo posto senza essere enfatizzata dalla cintura, ma con una costruzione che dava l’illusione che fosse appoggiata sotto al seno. 
Negli anni Cinquanta la Maison Dior si espanse ulteriormente ed egli stesso si trovò a capo di un impero: dalla sessantina di dipendenti di cui disponeva nella sua prima casa di moda in rue Montaigne, aveva ormai più di mille collaboratori. Nel frattempo, la speranza che dopo la guerra si potesse vivere in un mondo migliore stava svanendo: il conflitto in Corea, la guerra fredda, la Cortina di ferro, stavano preoccupando l'opinione pubblica, mentre l’entusiasmo  che aveva portato alla creazione del New look si andava stemperando, al punto che gli abiti di lusso di Dior sembrarono anacronistici. Probabilmente per questo, le linee successive furono più sobrie e disciplinate, ed egli stesso affermò che la moda doveva acquistare più discrezione. 
Nel 1952, rimanendo fedele alle idee base del new look, Dior accorciò gli orli della gonna di 40/45 centimetri da terra: per quei tempi era un evento da prima pagina, che fece discutere tutti gli appassionati di moda. La nuova linea era a cupola, ossia con la gonna a barile, che per la sera spostava la parte rigonfia sul retro, con un evidente richiamo alla moda ottocentesca della tournoure. Nell'autunno del 1954 presentò la controversa linea H ispirandosi ai corsetti Tudor che spingevano in alto il seno. Si stava intanto aprendo un vivace dibattito con Coco Chanel che aveva appena riaperto la sua Maison e di lui diceva caustica: “addobba delle poltrone, non veste delle donne: l’eleganza è ridurre il tutto alla più chic, costosa, raffinata povertà”; e ancora: “La moda è diventata assurda, i couturier hanno dimenticato che ci sono delle donne dentro ai vestiti. 
La maggior parte delle donne si veste per gli uomini e desidera essere ammirata. Ma devono anche sapersi muovere, salire su un’automobile senza strappare le cuciture!”. I due sarti erano agli antipodi tuttavia Chanel non aveva torto. Dior ne prese atto e sempre ispirandosi alle lettere dell’alfabeto, inventò nel 1955 le linee A ed Y. La prima, che rivoluzionò la moda anticipando la linea a Sacco, aveva giacche tagliate sotto l’attaccatura della coscia o vestiti disegnati in modo da dare l’idea della prima lettera dell’alfabeto. Uno dei motivi dominanti di quel periodo, furono i grandi colli a V e le stole immense. Nelle ultime collezioni il couturier si andò staccando dai modelli molto attillati e non a caso le sue ultime proposte, basate sulla ricerca tematica del caftano e sull’abito-camicia morbidamente appoggiato ai fianchi, furono soprannominate “Libere” o a “Fuseau”.
Nel 1957, anno della sua ultima sfilata, Dior morì improvvisamente al Gran Hotel La pace di Montecatini dopo una partita di canasta. Nel 1958 Yves Saint Laurent, che da tre anni ne era diventato l’aiutante, prese in mano l’attività della Maison lanciando la linea Trapezio, che ebbe enorme successo. Dopo Saint Laurent, l’attività fu continuata da Marc Bohan, Gianfranco Ferrè e John Galliano.

Bibliografia: 
B. Keenan, Dior in Vogue, Condé Nast ed. 1981
E. Morini, Storia della moda.  XVIII – XX secolo, Skira, Milano, 2006
Guido Vergani, Dizionario della moda, Baldini Castoldi Dali, milano, 2010