venerdì 8 giugno 2012

Paul Poiret

Paul Poiret (1879 - 1944) è entrato di prepotenza nella storia della moda per aver completamente rivoluzionato l’abbigliamento femminile negli anni della Bella Epoque. Figlio di un commerciante di tessuti, cominciò precocemente a collaborare a Parigi con le maison Cheruit e Doucet, dove si fece conoscere per i suoi completi giacca e gonna, per i suoi originali mantelli, e per i suoi costumi teatrali come quelli dell’Aiglon per Sarah Bernhardt. Passò poi nell’atelier di Worth, il più importante sarto parigino, che produceva pesanti abiti di gran lusso per le aristocratiche di tutta Europa ma che sentiva la necessità di capi semplici per le incombenze della giornata.  Con quest’ultimo si trovò tuttavia in disaccordo per l’eccessiva modernità dei sui disegni.
Nel 1903 fondò la sua casa di moda in rue  Auber. Era ancora l’epoca del busto che nel frattempo furoreggiava nel modello “Gache Serraute” che ripartiva il corpo in due blocchi distinti, il petto e i seni e la parte posteriore. In nome della libertà e ispirandosi allo stile Impero, Poiret lo abolì dalle sue creazioni raccomandando l’uso di una corta sottoveste, mutande e reggiseno. Cercava la massima semplificazione: vita alta, gonne lisce e senza eccessive decorazioni, cappellini a turbante invece dei monumentali cappelli in uso all’inizio del Novecento, ma la gonna era stretta in fondo e creava non pochi problemi per salire gradini o montare sulle carrozze. L’audacia del sarto parigino suscitò scalpore e molte preoccupazioni: la sua decisione di abolire busto e sottogonne gli valse la protesta dei produttori di seta e di corsetti che profetizzarono che avrebbe mandato sul lastrico intere categorie di lavoratori.
Anche l’uso innovativo del colore era uno schiaffo al perbenismo della società d’inizio secolo. Come lui stesso afferma nella sua autobiografia prima di lui: “si apprezzavano solo le sfumature del rosa cipria, i lilla, i malva in deliquio, l’azzurro pallido delle ortensie, i verdini,  i giallini, i paglierini, tutto ciò che era tenue, slavato e scialbo insomma. Gettai in quell’ovile alcuni lupi robusti: i rossi, i viola, i verdi, i blu di Francia fecero cantare il resto…trascinai con me la truppa dei coloristi all’attacco di tutte le tonalità della tavolozza e ridiedi consistenza alle sfumature attenuate”.  Alla sua policromia vivace e contrastante non erano estranei i suggerimenti delle prime avanguardie artistiche come i Fauves, in particolare Derain e Maurice de Vlaminck.
Poiret aveva capito prima di altri stilisti l’importanza del marketing: fu infatti il primo a pubblicare i propri lavori a scopo promozionale avvalendosi di ottimi illustratori come Paul Iribe (Les robes de Paul Poiret) e George Lepape. Nel 1911 uscì un nuovo album, “Les choses de Paul Poiret”, che segnò una svolta nella storia dell’illustrazione di moda e il cui stile fu imitato in tutto il mondo. il sarto organizzò inoltre defilé itineranti  Il sarto organizzò inoltre defilé itineranti con nove mannequin per promuovere i propri lavori in giro per l'Europa. Lo stile Impero aveva intanto aperto la strada a modelli più arditi, come l’abito “Entrave” (impaccio) molto stretto sul fondo e che costringeva la donna a minuscoli passi.
Nel frattempo aveva deciso di lasciare il suo atelier per stabilirsi in Faubourg St. Honoré, dove restaurò una vecchia e grande casa facendone la sua nuova Maison: ormai tutta Parigi passava da Poiret e lui era all’apice della fama. Per farsi conoscere fuori dalla Francia mise in piedi un gigantesco tour in cui nove indossatrici presentavano i suoi modelli. Interessato alle arti decorative, studiò a fondo la Secessione Viennese, poi decise di aprire a Parigi una scuola d’arte che prese il nome da una delle sue figlie, “Martine”: fuori da ogni convenzione reclutò bambine di 11 anni che lasciò libere di esprimersi senza l’aiuto di alcun professore. Ispirandosi alle piante dell’orto botanico, le ragazze inventarono campi di grano maturo, cesti di begonie, aiuole di ortensie, foreste vergini che ricordavano quelle di Rousseau il Doganiere. Sulla base dei  pattern venivano poi realizzati tessuti per l’arredamento e tappeti.  
In seguito il laboratorio si avvalse anche della collaborazione di Raoul Dufy.
In quegli anni a Parigi furoreggiavano i “Balletti Russi” fondati dall'impresario Sergej Djagilev: ricchissimi nella scenografia e nei costumi di Leon Bakst, i  balletti imposero uno stile orientaleggiante che contagiò Poiret stesso e molti altri couturier, sebbene lui, nella sua autobiografia, rifiuti decisamente di esserne stato influenzato, affermando che il gusto per l’Oriente gli era venuto dalla sua creatività e suoi viaggi, in primis dalla visita del museo londinese di Kensigton.  Estremamente prodigo, nel maggio del 1911 decise di dare una festa grandiosa, intitolata “La milleduesima notte”:  tra tendaggi, zampilli, animali esotici e fuochi artificiali, passavano gli invitati vestiti come sultani e odalische; Poiret stesso era addobbato come un pascià, mentre la moglie indossava calzoni alla turca e una specie di tunichetta a paralume con un turbante che culminava in un lunga aigrette.  
Lo “stile odalisca”, con gonna pantalone che Poiret riprese nei suoi modelli successivi fu considerato troppo audace. In anticipo sui tempi credeva nel pantalone da donna e fece numerosi tentativi per imporlo, mai coronati dal successo: questo indumento comincerà ad entrare nel guardaroba femminile solo a partire dagli anni Trenta, e grazie al successo di star cinematografiche come Marlene Dietrich. Lanciò anche altri indumenti di linea orientaleggiante: cappotti, giacche e mantelli erano tagliati nella semplice e geometrica forma del kimono, che avrebbe scandalizzato l’America benpensante, mentre suggerì il turbante come nuovo tipo di copricapo.
La produzione della sua maison ben presto si allargò all’ambito della profumeria. Dal 1911 lanciò il “Parfums de Rosine” dandogli il nome di sua figlia; in seguito ne inventò e altri, come Le Minaret o Nuit de Chine, che aveva la forma di un emanatore da oppio.  Le confezioni erano raffinate e costose e le bottiglie disegnate dal grande Lalique.
Durante la prima guerra mondiale Poiret dovette interrompere la sua attività per disegnare uniformi per i combattenti. Tornato a casa trovò la sua Maison sull’orlo della bancarotta e soprattutto assediata dalla concorrenza: nuove figure come Coco Chanel stavano imponendosi con un gusto più moderno che  si indirizzava a un tipo di donna lavoratrice ed attiva, mentre lui elaborava ancora abiti troppo lussuosi e ormai superati. 
Era minacciato dai debiti, anche per investimenti sbagliati e spese eccessive: amava infatti il lusso e la mondanità e non lesinava quando organizzava feste sontuose o pranzi di gala. Nonostante ciò continuò la sua attività in Europa e oltre Oceano dove era ancora conosciuto come “The king of fashion”, e dove aveva aperto un altro atelier producendo accessori moda. Fece anche numerose conferenze predicando convinto la divulgazione dei pantaloni da donna; lavorò, come aveva sempre fatto, per il teatro e realizzò i costumi per il film “L’inhumaine”. Nel 1926 dovette chiudere la sua casa di moda cedendone anche il nome, mentre i suoi abiti venivano venduti al chilo come stracci La crisi economica del 1929 lo rovinò completamente. Sprofondato in miseria finì per essere completamente dimenticato. Gli ultimi anni li passò malinconicamente in fila coi poveri per un piatto di minestra.

Bibliografia:

Paul Poiret, Vestendo la Belle’Epoque, Excelsior, Milano, 2009
Palmer White, Poiret, Studio Vista, London, 1973