giovedì 7 giugno 2012

Cilindri, bombette & Co. Il cappello da uomo nell'Ottocento

Dopo la Rivoluzione Francese, la vittoria della borghesia e la progressiva scomparsa dell’aristocrazia, cambiò radicalmente la moda maschile. I valori borghesi, che erano legati al lavoro, al guadagno, alla serietà del vivere, si manifestarono con vestiti scuri,  molto formali, che accoglievano malvolentieri i mutamenti della moda. Gli abiti erano composti da tre pezzi: pantaloni, gilè, giacca, dalla camicia con cravatta, e infine  da uno o più soprabiti. La stessa cosa successe ai cappelli, che presentano durante il secolo un’uniformità sconsolante. Molte delle mode più sotto esposte venivano dall’Inghilterra, che era diventata la patria dei migliori sarti e cappellai da uomo. Il Cilindro in particolare spopolò, travalicando la fine dell’Ottocento, per poi scomparire lentamente nel Novecento sostituito da copricapi più comodi. Inventato nel 1805 dal  cappellaio inglese  Harrington creò all’inizio un tale subbuglio che l’artigiano fu  diffidato come disturbatore della quiete pubblica. Fino al 1821 si presentava con tesa non molto larga e una leggera svasatura dal basso verso l’alto. Il materiale era in castoro o in felpa a pelo lungo.
Durante il Romanticismo, attorno al 1830, comparve il Cilindro soprannominato scherzosamente “zero”, perché si era trasformato in un tubo della stessa larghezza sia in alto che in basso. Questo accessorio era indossato non senza qualche difficoltà: avendo le falde strette e superando di un bel po’ la testa, era facile preda delle folate di vento. Era anche piuttosto ingombrante da riporre, specie se portato a cena o a teatro. Forse per questo motivo nello stesso periodo, il cappellaio parigino Gibus inventò il Cilindro elastico, che si poteva appiattire a fisarmonica grazie a invisibili e sottilissime molle in acciaio: bastava poi una leggera pressione del dito per farlo ritornare alla forma originale. A causa del caratteristico rumore a scatto prodotto dalle molle fu chiamato anche "Chapeau claque".
Qualche novità, specie in Italia, comparve invece sulla testa maschile dopo il 1836. A causa dei moti rivoluzionari i cappelli si rivestirono di significati politici, come quello "alla Simon Bolivar", il generale che lottò per la liberazione del Venezuala. Dopo il 1848 i patrioti indossarono nche "cappelli alla calabrese" oppure si ispirarono ad opere di successo come l'Ernani, il bandito che si rivolta contro don Carlo di Spagna. Più tardi il tocco sudamericano di Garibaldi influenzò anche la moda delle signore.
Mentre fuori casa i borghesi si presentavano ancora col cilindro, dentro le mura domestiche preferivano indossare comode berrette floscie "alla Raffaellesca"  che diventeranno poi il tipico copricapo degli artisti. Ma l'accessorio di maggior spicco e prestigio, che conoscerà una fortuna duratura, fu il Panama bianco, cappello costoso perchè intrecciato a mano con fibre di palma nana, la "Carludovica palmata" coltivata in Ecuador. Fu chiamato Panama decenni dopo quando il presidente degli Stati Uniti Theodor Roosvelte lo sfoggiuò durante una vistia compiuta nel 1904 sull'omonimo canale. In Italia invece il Panama fu detto "alla Cavour (che lo portava con gli orli risvoltati all'insù) sintomo dell'enorme popolaroità dello statista.
Intanto il cilindro non tramontava ma raggiunse altezze iperboliche tanto da essere chiamato "canna di stufa"; dopo la metà del secolo aprì con grande successo anche la ditta Borsalino, che diventò ben presto una grande e rinomata industria, tutt'ora esistente, che all'inizio del '900 arrivò a fabbricare 750.000 pezzi annui di grande qualità esclusivamente in pelo di coniglio.
Dal 1868 al 1888, in pieno periodo Eclettico, gli sport si andavano diffondendo rapidamente, richiedendo cappelli più adeguati. Il copricapo di paglia conobbe un rinnovato favore: ideale per guidare i cannotti sui fiumi, fu per questo chiamato  “alla Cannottiera” o “Paglietta”; dalla campagna si diffuse poi l’abitudine di portarlo in città nella sua forma più caratteristica, usata anche nel Novecento:  piatto, tondo e con un nastro nero attorno alla base. Ma la novità più importante fu il “Cappello alla Lobbia”che da noi si riteneva originato da un fatto di cronaca che fece grande scalpore: il deputato Cristiano Lobbia, raccontò di essere stato aggredito a colpi di bastone.  
In seguito i cappellai diedero il nome del parlamentare a un cappello floscio di feltro, con un’acciaccatura nel mezzo della cupola che doveva ricordare l’incidente. In realtà la moda veniva da Parigi. Forse stanchi del Cilindro, gli acquirenti si interessarono ad altri copricapi come la “Bombetta” un cappello duro di forma rotonda e con una piccola tesa arricciata che ricordava appunto una piccola bomba. Ideata nel 1850 in Inghilterra dal cappellaio londinese Bowler, nome usato tuttora, fu inaugurata da un gentiluomo britannico con una passeggiata a cavallo nel parco. In Italia arrivò più o meno attorno agli anni Ottanta: inizialmente di colore nero prenderà successivamente le sfumature del grigio e del tortora. Intanto il marchio Borsalino si estese anche all’estero conquistando ampi mercati. Il tipico Borsalino era floscio e color tabacco, ma la ditta si cimentò anche in bombette e altri copricapi, fino ad arrivare allo Stetson, il sombrero americano dei cow boy con le tese arricciate lateralmente.
Fino alla fine dell’Ottocento il Cilindro di feltro lucidissimo fu il comune cappello da cerimonia. Il Bowler o Bombetta era rigorosamente acquistato dagli uomini eleganti dal cappellaio londinese Lock. Più comune tra i democratici e i campagnoli era la Lobbia, mentre grazie allo sport e in special modo alle corse in bicicletta, si diffuse il berrettino con visiera di origine popolare, portato anche in campagna assieme al Panama e alla Paglietta, detta a Milano “Magiostrina”, forse perché la si cominciava  a portare nel mese di maggio. L’uomo del momento nelle cronache di moda fu Edoardo d'Inghilterra, figlio della regina Vittoria e futuro Edoardo VII. Inventore di molte fogge vestiarie che venivano immediatamente copiate in tutta Europa, il principe lasciò la sua traccia anche nei cappelli: nella località termale di Bad Homburg si fece fare un cappello morbido con la tesa arricciata sui fianchi, che prese il nome di Homburg dalla cittadina ed è arrivato fino ai giorni nostri.





Bibliografia:

Rosita Levi Pizetsky, Storia del Costume in Italia, vol. V, Itituto Editoriale Italiano, Milano, 1967
Giuliano Folledore, Il cappello da Uomo, Zanfi ed. Modena, 1988