martedì 19 giugno 2012

Abiti estetici, abiti riformati

Verso la metà del XIX secolo la moda femminile europea era ingessata nella gabbia dei busti e delle crinoline che impedivano qualsiasi movimento naturale del corpo, nuocendo anche alla salute. Tuttavia durante il periodo vittoriano medici e audaci pionieri dell’abbigliamento cominciarono a proporre un modo di vestire più razionale e comodo, cercando in particolare di risolvere i problemi che la biancheria intima eccessiva, soffocante e rigida causava alle donne. Alcune coraggiose attiviste americane, tra cui Elizabeth Smith Miller e Amelia Bloomer si presentarono nei salotti e per strada con una tunichetta lunga al ginocchio da cui spuntavano ampi pantaloni alla turca. Fatte bersaglio dei giovinastri, che tiravano loro verdura e palle di neve, insultate dagli uomini, le pioniere furono accusate di oltraggio alla decenza e si dovettero aspettare due generazioni per tornare a parlare di abiti riformati che peraltro erano indossati solo da donne dell’arte e dello spettacolo come la danzatrice Isadora Duncan.
Movimenti come quello della confraternita dei  Preraffaelliti, nato in Inghilterra nel 1848 e qui esauritosi, che emulavano i maestri medievali, sceglievano per i loro soggetti lunghi modelli sciolti ispirati alla pittura antica. Anche le loro mogli vestivano con queste vesti dai colori tenui e non sintetici e di ricami dorati in stile.  Poco dopo furono fondate le Art and Craft fiorite tra il 1860 e il 1910 circa: i loro teorici, William Morris (1834 – 1896) e Charles Voysey (1857 – 1941) si ispiravano agli scritti del critico John Ruskin  che si opponeva all’impoverimento dell’arte decorativa causato dall’industrializzazione e suggeriva il ritorno a tecniche manuali e artigianali antiche. Morris ci ha lasciato meravigliosi pattern per tessuti con raffinate decorazioni intrecciate di fiori e uccelli. Dal 1860 l’abito artistico diventò popolare presso i circoli intellettuali  per la sua raffinata bellezza e perché rispettava i criteri di lavoro manuale, di qualità, di purezza. Jane Morris, in linea con lo stile preraffaellita, portava gonfi e drappeggiati vestiti, privi di cinture e cordoni, ispirati alle opere del Botticelli e ad alcuni vasi greci conservati al British Museum: sembra che la moda greca fosse particolarmente adatta all’ora del the.
Nacquero anche associazioni come la londinese Rational Dress Society fondata nel 1881 che affermavano che nessuna donna avrebbe dovuto portare più di sette chili di biancheria intima contro i 14 normalmente usati. Era l’epoca in cui le donne cominciavano a lavorare fuori casa mentre risalgono a questo periodo le prime rivendicazioni sociali del ruolo femminile. Nel 1880 il dottor Gustav Jäger pubblicò un libro “Abbigliamento standardizzato per la tutela della salute” in cui affermava che l’equilibrio del corpo dipende dagli odori emessi, inventando un sistema di indumenti in lana, compreso il busto,  che avrebbero risolto il problema. Rifiutando qualsiasi altro tessuto, promosse una serie di indumenti di taglio severo che vendeva dappertutto, anche in America, tramite il suo catalogo: “Dr. Jäger Sanitary Woollen System of Dress.
Tuttavia fino all’ultimo ventennio dell’Ottocento si pensava comunemente che le malattie del busto, che andavano dalle emorroidi al cancro, non potessero essere curate con abiti salutari o movimento fisico: L’autore di un libro contro gli abiti razionali si chiedeva cosa facesse una donna in una palestra e affermava che “spazzare o sfregare un pavimento o spolverare una stanza sono attività infinitamente più utili e benefiche del recarsi in una sala santificata a fare capriole”.In seguito la diffusione dei bagni di mare e dello sport e in particolare del ciclismo, del tennis, del canottaggio,  rese obbligatorio l’uso di indumenti pratici; era impossibile infatti correre sui moderni velocipedi con vestiti lunghi che causavano pericolosi incidenti e questa volta il completo tunichetta -pantaloni fu accettato con maggiore disinvoltura. 
L’abito estetico della fine del secolo si ispirò all’Aesthetic Moviment che rifiutava il moralismo vittoriano e affermava il culto della bellezza e dell’arte fine a sé stessa. L’abito estetico guardava alla moda orientale propugnando l’importanza della veste come delicato piacere sensuale e proponendo che  i vestiti fossero in armonia con l’arredamento;  suo massimo profeta fu il poeta e drammaturgo inglese Oscar Wilde.
Le Esposizioni Universali che si tennero in tutto il mondo durante l’Ottocento, in particolare a Parigi e a Londra,  rivelavano intanto al pubblico le meraviglie dell’esotismo che irrompeva in Occidente anche grazie all’imperialismo britannico e all’importazione dei prodotti coloniali, dando un notevole impulso al commercio e all’industria. Esse segnarono la diffusione delle mode orientali, ampliando la possibilità di conoscenza di artisti e designers, stimolando anche spedizioni e viaggi per studiare e acquistare prodotti e stampe asiatici. Organizzate fino alla Prima guerra mondiale, le Esposizioni erano una mirabolante vetrina di innovazioni tecnologiche, ma volevano soprattutto pacificare il perenne conflitto tra arte, industria e artigianato.
In Europa cominciarono ad aprirsi negozi  che vendevano prodotti orientali: un giovane magazziniere che lavorava a Londra da Farmer e Rogers, Arthur Lasenby Liberty (1843, 1917) fondò nel 1875 la “East Indian House” dove si vendevano tessuti e prodotti importati. Il grande successo del negozio spinse il commerciante a creare, nel 1875, i grandi magazzini Liberty & Co,  la cui sede, rinnovata in stile Tudor negli anni ’20, è tuttora uno dei centri commerciali più famosi di Londra. In Italia Liberty dette anche il nome al movimento Art Nouveau, in particolare dopo le Esposizioni di Torino dell’inizio del secolo scorso. 
L’Art Nouveau, che assunse denominazioni diverse a seconda delle nazioni europee in cui si manifestava, si configurava come uno stile internazionale caratterizzato da motivi floreali e decorazioni lineari a frusta, che si occupava di design d’interni, di arredamento, di oggettistica, utensili, tessuti e abiti.
Intanto Liberty decise di produrre tessuti in proprio, dal momento che i commercianti indiani da cui acquistava  utilizzavano colori sgargianti che non venivano incontro alle esigenze della clientela europea, più attirata dalle tinte pallide; nacquero quindi tonalità quali il rosa persiano, il rosso veneziano, il blu pavone, l’ambra, la salvia e il verde salice. Le stoffe in seta, lana cachemire, erano progettate da importanti designers e stampate a mano con piccoli motivi floreali indiani. Nel 1884 assunse come direttore del reparto abbigliamento Edward W. Godwin che era anche socio della Costume Society, e che dichiarava che il costume storico doveva adattarsi alle esigenze della vita moderna; il vangelo di Godwin può essere riassunto in questa dichiarazione: “Per essere belle non affidatevi ai rigidi ornamenti già prodotti dalla modista, ai fiocchi posti dove non dovrebbero essere, ai falpalà, ma allo squisito gioco di linee e luce ottenuto con pieghe mosse e ricche”.
Accanto all’abbigliamento artistico per signore c’era anche quello per bambini che si basava sul ricamo a punto smock lungo vita, collo e polsini, ispirato alle illustrazioni di Kate Greenaway. Per merito di Liberty l’abbigliamento artistico diventò socialmente accettabile , e quindi non solo per artisti e bohémiens, ma anche per borghesi illuminati.  Risalgono a questo periodo preziose cappe con cappuccio ispirate ai burnus arabi, giacche dalle maniche enormi e ricadenti, abiti morbidi che non segnavano il petto e la vita come l’abbigliamento conservatore sancito a  corte e che si ispirava alla moda francese. Prima di Paul Poiret Liberty lanciò un abito “Stile impero” dalla vita alta, mentre nel 1901 il sarto parigino Paquin ne seguiva le orme.
Dopo il successo del suo padiglione all’Esposizione universale di Parigi nel 1889, Liberty aprì una succursale nella capitale francese e ben presto i vestiti “artistici” diventarono accessibili a un selezionato pubblico continentale. Le fantasie floreali di Liberty influenzeranno dopo la sua morte anche couturiers moderni: negli anni ’60 Mary Quant, negli anni ’70 Yves Saint Laurent, mentre nello stesso periodo Cacharel creò famose collezioni di moda dedicate ad adulti e bambini.



Bibliografia:

Bernard Rudofsky, Il corpo incompiuto, Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1971
Giovanni e Rosalia Fanelli, Il tessuto moderno, Vallecchi, Firenze, 1976  http://en.wikipedia.org/wiki/Artistic_Dress_movement