

La toga poteva essere di diversi colori e modelli:

La toga candida, bianchissima e usata dai “candidati” alle cariche pubbliche per dimostrare l’onestà delle loro intenzioni.
La toga praetexta, anch’essa orlata di porpora, indossata dai ragazzi romani prima della loro maggiore età, e dai Magistrati Curuli. Il manto tuttavia è di origine orientale, introdotto dall’imperatore Eliogabalo che la voleva interamente in seta.
La toga pulla o atra bruna o grigio scuro, che veniva portata nei giorni di lutto.
Nei primi secoli di Roma si volevano per gli uomini abbigliamento ed acconciature semplici e severi che dimostrassero la purezza di costumi e il rigore morale del popolo latino: per questo motivo gli abiti dovevano essere in lana e quasi privi di decorazioni. Con la conquista dell’Impero cominciarono ad insinuarsi usi e costumi di popoli orientali che comportarono, pur tra diverse proteste, tessuti come il lino
prima, la seta poi, con l’aggiunta di ricami, colori e decorazioni, nella totale indifferenza verso le Leggi Suntuarie. Le nuove fogge finirono per superare quelle vecchie al punto che Giovenale (60, 127 circa d.C) afferma ironicamente che ai suoi tempi la toga era ormai indossata solo dai morti.
prima, la seta poi, con l’aggiunta di ricami, colori e decorazioni, nella totale indifferenza verso le Leggi Suntuarie. Le nuove fogge finirono per superare quelle vecchie al punto che Giovenale (60, 127 circa d.C) afferma ironicamente che ai suoi tempi la toga era ormai indossata solo dai morti.
La toga Picta, molto decorata, fu portata dai generali vittoriosi nell’ora del loro trionfo, dagli imperatori e dai giovani eleganti che si facevano ammirare per le loro frange e i motivi animali e vegetali. La picta diventò così pesante e rigida al punto che limitava i movimenti e dovette essere sostituita da indumenti più comodi.
Varrone parla altresì di una toga vitrea, fatta di un tessuto leggero e trasparente.

Sempre di origine greca era il Pallio, mantello simile alla toga e avvolto attorno al corpo che si diffonderà in epoca bizantina.
Le tuniche, quasi sempre nascoste, non variarono di modello fino a quando non venne di moda il colobio, molto largo, sciolto e senza maniche, che fu in particolare adottato dai primi monaci cristiani. Novità importante introdotta dall’oriente furono invece le maniche, considerate all’inizio un segno di effeminatezza: Giulio Cesare fu criticato perché ne esibiva di orlate con frange. Molto raffinata era la “Synthesina” un camice leggero che si portava alla notte o che si metteva quando si partecipava a un pranzo, regalata dall’ospite stesso che desiderava far star comodi i convitati.
Nel II secolo una lunga tunica con maniche larghe, detta Dalmatica, e decorata con due larghe clavi verticali, spesso ricamate, entrò a far parte del guardaroba. Indossata anche dalle donne, la si può ben vedere negli affreschi delle catacombe paleocristiane, in cui viene esibita da figure di oranti a braccia aperte.
Come si è detto le conquiste romane introdussero nuovi indumenti che, dapprima guardati con diffidenza, entrarono poi nell’uso comune. L’esempio più clamoroso sono le Brache, che erano comunemente portate dalle tribù barbariche per proteggersi dal freddo e che colpirono a tal punto l’immaginazione dei conquistatori da affibbiare a quei territori il nome di “Gallia bracata”. Diffusesi rapidamente a causa della loro estrema praticità, le brache erano all’inizio color porpora per gli imperatori. Ma dopo Diocleziano, che cita il “bracario” come sarto dedicato a quell’unico indumento, Teodosio, Onorio e Arcadio le vietarono comminando l’esilio perpetuo ai trasgressori. Anche le brache entrarono poi prepotentemente nell’uso quotidiano a ulteriore dimostrazione che le leggi repressive non servono nel loro intento.
Bibliografia:
Rosita Levi Pizetsky, Il costume e la moda nella società italiana,Einaudi, Torino, 1978
Henni Harald Hansen, Storia del costume, Marietti. Torino
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