E’ molto raro che abiti e tessuti antichi siano pervenuti sino a noi: il tempo distrugge il materiale delicato e sbiadisce irreparabilmente i colori. Per questo motivo assumono grande valore storico e documentario le vesti conservate al Kunsthistoriches Museum di Vienna. Il pezzo più spettacolare, la cui conoscenza dovrebbe essere maggiormente divulgata, è il preziosissimo manto di Ruggero II d’Altavilla, primo re Normanno della Sicilia (1130 – 1154). Conosciuto erroneamente come manto dell’incoronazione, fu adoperato per secoli durante la cerimonia di insediamento dei sovrani del Sacro Romano Impero. In realtà fu realizzato nel “tiraz”, ossia l’opificio tessile del palazzo reale di Palermo nel 1134. Il grande laboratorio era celebre in tutto il Mediterraneo: di esso parlano scrittori e viaggiatori arabi e cui si aggiungono testimonianze dei cronisti d’Occidente come Ottone da Frisinga che racconta come uomini e donne abili nell’arte della seta fossero stati catturati in Grecia e deportati in Sicilia. Condotti a Palermo dovettero insegnare l’arte tessile che passò quindi dal monopolio dei greci a quello dei latini. Nel tiraz si riproducevano tecniche di lavorazione della seta, dell’oro e dello smalto di grande raffinatezza. Il cronista Ugo da Falcando scriveva nel 1119 che nelle nobili officine si filavano i bozzoli dei bachi colorandoli in tinte diverse, ottenendo ardite trame a vari fili intrecciati, mescolandoli all’oro e alle perle cucite con eleganza sul tessuto.


Il mantello fu trafugato dal tesoro reale di Palermo da Enrico Vi, marito di Costanza d’Altavilla e padre di Federico II. Caricato assieme a molto altro bottino su un centinaio di muli, portato in Germania e custodito assieme ad altri importanti reperti come la tunica talare, la camicia alba, i guanti, la cintura, le calze, i sandali, realizzati in epoche diverse.
La tunica talare, priva di iscrizioni ma con un bel motivo decorativo in oro e perle ai bordi, è tinta in azzurro porpora. Era portata sotto la camicia alba in lino, probabilmente ad imitazione dei chierici, anch’essa ricamata ed ornata con due scritte decorative una in caratteri naski e l’altra in latino. La scritta araba ricorda l’anno di esecuzione, il 1181, e Guglielmo II “che Dio difenda e conservi come Signore d’Italia, della Lombardia, della Calabria e della Sicilia, sostegno del romano Pontefice e difensore della fede cristiana”, mentre anche quella latina cita lo stesso sovrano.

Gli abiti del corredo rimasero a Vienna senza che nessuno ne reclamasse la restituzione fino al 1918 quando, dopo la sconfitta dell’impero austro ungarico nella prima Guerra mondiale, lo si volle obbligare senza successo a restituire il bottino. Durante il Nazismo furono riportati a Norimberga e poi spostati di nuovo a Vienna.
Bibliografia
Rosita Levi Pizetsky: Storia del costume in Italia, Istituto editoriale italiano, vol. I, Milano, 1964
Antonino Santangelo: Tessuti d’arte italiani, Electa editrice
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